Nome di battaglia: FricoNom de guerre: Frico
Intervista a Federico Tallarico (Marcedusa 1917 – 2010), tratta da un articolo della rivista Calabria in ArmiInterview with Federico Tallarico (Marcedusa 1917 – 2010), from an article in the magazine Calabria in Armi (in Italian)

In brief. Federico Tallarico was born in Marcedusa on 20 January 1917. While studying at university in Rome he volunteered for the army, and in September 1943, at the armistice, he was a second lieutenant with the 91st “Superga” Infantry Regiment in Turin. Unable to return home, he took to the hills of Val Sangone, near Turin, with his brother Antonio and some of his men, and founded the independent partisan brigade “Frico”, named after his nom de guerre. It grew to more than 300 people: former soldiers, young civilians, women, escaped Russian and British prisoners and even German deserters.
An officer before anything else, he planned every action carefully to spare lives, treated his prisoners well and used them for exchanges. He recalls the courage of the local people, who risked everything to feed and shelter the partisans, and the tragic reprisal at Cumiana, where more than fifty civilians were killed. Captured with his brother in January 1945 and sentenced to death, he was kept alive as a prisoner until the Liberation on 25 April. Back in Calabria, where his family believed him dead, he learned that his father had been killed in the only air raid on Catanzaro. He became a teacher and remained committed to the values of the Resistance until his death in 2010.
The full interview below is in Italian, as originally published in the magazine Calabria in Armi.
Come in tutte le vicende belliche della storia nazionale, anche durante la guerra di liberazione, che si è combattuta prevalentemente nelle regioni del nord Italia, il contributo dei calabresi è stato rilevante ma poco conosciuto e studiato. D’altronde, molti militari calabresi che, dopo l’8 settembre 1943, si trovavano a migliaia di chilometri di distanza dalle proprie case, sia nell’impossibilità di poter ritornare in sede sia nella consapevolezza di dover continuare a combattere contro l’ex alleato germanico, iniziarono ad alimentare le file della Resistenza in vari ruoli. Prova ne sono, ad esempio, le tre Medaglie d’Oro al Valor Militare alla memoria: Aldo Barbaro, Vinicio Cortese e Saverio Papandrea, tutti e tre ufficiali del Regio Esercito che, dopo l’armistizio, si aggregarono a formazioni partigiane, immolando, a causa della loro scelta, le giovani vite.
Si rende necessario anche specificare che, in generale, il ruolo avuto dai militari delle varie armi nella guerra di liberazione è un po’ sottovalutato e poco approfondito. Sicuramente gli oltre 600.000 prigionieri di guerra catturati dagli ex alleati sui vari fronti attuarono quella che viene impropriamente definita «resistenza passiva», cioè preferirono l’internamento senza lo status di prigioniero di guerra (e quindi una prigionia dura e priva di tutele di diritto umanitario) all’arruolamento nelle unità militari della neocostituita Repubblica Sociale Italiana.
Moltissimi militari sbandati, ovviamente, riuscirono a tornare alle proprie case, mentre nel Regno del Sud si ricostituiva l’Esercito italiano sotto la denominazione di 1º Raggruppamento motorizzato – poi trasformato in gruppi di combattimento – che iniziò a risalire la penisola aggregato alle truppe anglo-americane, partecipando a vari combattimenti. Tanti militari, però, preferirono combattere direttamente per non arrendersi, come ad esempio la divisione Acqui a Cefalonia, oppure darsi alla macchia e prendere le armi contro le truppe nazifasciste. Un ufficiale che preferì operare in tal modo, diventando un comandante partigiano, è proprio di Catanzaro: si tratta del dottor Federico Tallarico, nato a Marcedusa il 20 gennaio 1917, che, grazie alla sua grande cortesia e disponibilità, abbiamo potuto intervistare.
Quando e come è diventato partigiano?
«Mi sono arruolato volontario nell’esercito mentre ero studente universitario a Roma, pur potendo godere del rinvio. Sono stato inviato dapprima a Bergamo, poi a Brescia e Salerno e infine a Torino, come sottotenente del 91º reggimento di fanteria “Superga”, dove mi ha raggiunto la notizia dell’armistizio. Non potendo rientrare a casa e convinto assertore della necessità di combattere i nazisti, con parte dei soldati del mio reparto che condivisero analoga scelta, e assieme a mio fratello Antonio, tenente del genio in Croazia, che nel frattempo mi aveva raggiunto in Piemonte, mi sono dato alla macchia e rifugiato nelle Prealpi torinesi, più precisamente in Val Sangone, dove ho iniziato a prendere contatti con altri ex ufficiali del Regio Esercito che si stavano organizzando nella lotta armata, come ad esempio i fratelli Giulio e Franco Nicoletta di Crotone. Nacque quindi la brigata autonoma “Frico”, dal mio nome di battaglia, un’unità formata inizialmente da ex militari sbandati, cui man mano si unirono renitenti alla leva, civili anche giovanissimi, alcune donne, ex prigionieri di guerra russi e inglesi, disertori tedeschi ed ex appartenenti alle forze armate di Salò, fino ad arrivare a un organico di oltre 300 persone.»
Perché creare una brigata partigiana autonoma?
«La scelta di imbracciare le armi non scaturiva da motivazioni politiche né da benevolenza verso la monarchia, bensì prettamente da ispirazioni patriottiche e dalla necessità di contribuire a liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista. Non capendo nulla di politica, è emersa la volontà di rimanere autonomi, anche se inquadrati nella divisione “De Vitis”, che solo organizzativamente dipendeva dal Comitato di Liberazione Nazionale.»
Com’era organizzata una brigata autonoma e quali differenze c’erano con quelle connotate politicamente?
«Le brigate autonome, come la mia, avevano un’impronta e un’organizzazione militare che le differenziava da quelle esclusivamente politiche, come le Garibaldi, le Matteotti e Giustizia e Libertà. Ogni azione veniva pianificata scrupolosamente con lo scopo non solo di raggiungere gli obiettivi assegnati, ma anche di ridurre la possibilità di perdere molte vite umane; tant’è che in totale ci furono una quindicina di caduti tra i miei sottoposti, pur avendo partecipato a vari combattimenti, proprio per il fatto di aver pianificato per bene le azioni ed evitato inutili scontri frontali. Sulla mia uniforme da combattimento ho mantenuto sempre le stellette.»
La popolazione locale come si comportava nei vostri confronti?
«Un ruolo fondamentale nella Resistenza fu svolto dai civili e dai residenti in quelle zone, i quali, con grandissimi rischi, aiutarono sempre i partigiani con cibo e vestiario, pagando spesso di persona tale scelta di campo; così come il clero, che fu molto utilizzato nelle trattative finalizzate allo scambio dei prigionieri e nella costruzione dell’ossario dei caduti della Resistenza di Forno di Coazze, tant’è che nel mio reparto era presente anche un cappellano militare. Si può dire che la vera Resistenza è stata fatta dai civili. Poi molte famiglie preferivano far salire in montagna i propri figli e affidarli a noi anziché farli arruolare nelle formazioni militari repubblichine.»
Che armi avevate?
«L’equipaggiamento, sia di armi sia di vestiario, era scarso e inadeguato. Inizialmente fu utilizzato quello in dotazione all’ex Regio Esercito italiano, recuperato in caserme e depositi abbandonati, poi le armi catturate durante le azioni di guerriglia; poco quello ottenuto dagli anglo-americani (giusto qualche Sten paracadutato in rare occasioni). Avevamo solo armi leggere e bombe a mano. È inutile sottolineare la differenza con gli armamenti degli avversari.»
A quali azioni ha partecipato?
«Tante e rischiose sono state le azioni da me ordinate e alle quali ho partecipato; tra quelle più significative, la cattura, con soli 8 partigiani, di ben 36 nazifascisti a Cumiana, dopo uno scontro armato, cui purtroppo seguì una terribile rappresaglia ai danni della popolazione civile, accusata ingiustamente di aver aiutato i partigiani, con oltre 50 vittime innocenti (soprattutto anziani e donne). Un vero e proprio crimine di guerra, la cui esatta dinamica deve purtroppo essere ancora accertata. Di sicuro i nazisti, con elementi delle SS italiane, attuarono la repressione prima di concretizzare uno scambio tra prigionieri, così come era stato concordato con le autorità partigiane della zona.»
Chi era il vostro nemico?
«Tra le truppe contrapposte, il peggior ricordo è per i reparti politicizzati, come la Guardia Nazionale Repubblicana e le Brigate Nere, mentre la Decima MAS era un reparto di impronta militare; analogamente, tra i tedeschi una notevole differenza vi era tra gli appartenenti all’esercito e le SS. Giungevano comunque notizie di vari crimini di guerra ed eccidi perpetrati contro civili (come a Cumiana), ma nessuna notizia era pervenuta, durante la mia clandestinità, in merito allo sterminio degli ebrei. Ho avuto qualche notizia anche di fucilazioni sommarie perpetrate da singoli elementi delle formazioni partigiane ai danni di fascisti o loro fiancheggiatori. Io non ho mai ucciso prigionieri, ma li ho trattati bene e usati per gli scambi; e anche mia sorella Nina, medico a Torino, pur non inquadrata nelle file della Resistenza, si prodigò per assistere partigiani ma anche prigionieri feriti.»
Come erano i rapporti con le formazioni partigiane politicizzate?
«Complessivamente buoni. Nell’ambito della rispettiva autonomia vi era molta collaborazione. Ho avuto qualche piccolo screzio con alcune formazioni partigiane comuniste, quando ad esempio queste ultime arrestarono due industriali della zona, Bertolini e Chazalet, in quanto sospettati di essere fiancheggiatori delle autorità fasciste, e li minacciarono di fucilazione. Il mio intervento diretto, poiché conoscevo bene le due persone come antifasciste, scongiurò condanne sommarie ai loro danni, favorendone l’immediata liberazione. Ad ogni modo, un rapporto di leale amicizia si era consolidato con il capo partigiano Eugenio Fassino, padre del politico Piero, che operava nella stessa zona della brigata “Frico” come comandante di una brigata Garibaldi.»
E con le truppe anglo-americane?
«Durante la Resistenza non esisteva un vero e proprio coordinamento operativo con l’esercito alleato, per cui le azioni e gli obiettivi venivano pianificati in autonomia; era presente giusto qualche ufficiale alleato di collegamento. Maggiore intesa, ripeto, c’era con le altre componenti della Resistenza.»
Cosa le successe durante la Resistenza?
«Dopo varie vicissitudini e numerose azioni di combattimento, fui casualmente preso prigioniero il 12 gennaio 1945 da una pattuglia tedesca a Giaveno, assieme a mio fratello, e interrogato da un tenente dell’esercito tedesco. Un interrogatorio duro, però basato su una forma di rispetto e sull’onore militare, tanto che l’ufficiale, riconosciutomi come Frico, capo partigiano ma soprattutto ufficiale dell’esercito, e accertata la mia reticenza a divulgare nomi e luoghi, mi disse che se avessero avuto come alleati uomini come me avrebbero vinto la guerra. Io e mio fratello fummo comunque condannati a morte da un tribunale straordinario; una condanna accettata serenamente, nella consapevolezza che la morte sarebbe stata qualcosa di inevitabile, avendo deciso di prendere le armi e darci alla macchia, ma soprattutto per il fatto di stare dalla parte giusta.»
E cosa successe quindi?
«Non venni giustiziato, ma fui tenuto prigioniero, anche per eventuali scambi, fino al 25 aprile 1945, probabilmente perché c’era ormai la consapevolezza che la guerra stesse finendo con la disfatta dell’Asse.»
E a liberazione avvenuta?
«Una volta libero ripresi il comando della mia unità (anche se i miei sottoposti avevano avuto notizia della mia morte per mano tedesca), rimanendo per qualche settimana a Torino per far sì che ai partigiani fosse riconosciuto lo status di combattenti. In quel periodo, a guerra ormai finita, mi fu consentito, per ordine diretto del questore, di trattenere le armi individuali, un mitra e una pistola con le relative munizioni, proprio come riconoscimento del ruolo ricoperto durante la guerra civile.»
E quando tornò in Calabria, quale situazione trovò?
«I miei familiari, non avendo ricevuto mie notizie, erano convinti che fossi morto. Purtroppo appresi della morte di mio padre Vincenzo, avvenuta casualmente nell’agosto del ’43, a seguito dell’unico bombardamento aereo su Catanzaro. Questo fatto, unito alle mie esperienze di guerra, fa sì che io attribuisca al destino un ruolo fondamentale nella mia vita, proprio per aver sfidato la morte tantissime volte e in tante circostanze, rimanendo però sempre incolume.»
E poi cosa fece?
«Mi iscrissi al Partito Socialista con Michele Riolo, cercando di diffondere i valori che avevo appreso durante la Resistenza e per i quali avevo combattuto; dal punto di vista lavorativo, mi dedicai all’insegnamento.»
Cosa rimane oggi della Resistenza?
«Purtroppo si tende a ridimensionare e ridiscutere il suo ruolo, ignorando i tanti caduti che si ebbero e il fatto che sia stata determinante per la liberazione dell’Italia dall’oppressione nazifascista.»
